Chi ha ucciso Gesù? - di Marcello Cicchese
La risposta a questa domanda è di fondamentale importanza. Per secoli agli ebrei è stato imputato il tremendo crimine del “deicidio”, con tutte le conseguenze che ne sono seguite. Per questo terribile reato i loro più zelanti nemici hanno pronunciato e cercato di eseguire su di loro la condanna a morte. Cerchiamo allora di capire il senso dei testi biblici che parlano dell’uccisione di Gesù.
La domanda: “Chi ha ucciso Gesù?” non è così chiara come sembra. Si potrebbe rispondere che Gesù è stato materialmente ucciso dai soldati romani che lo hanno inchiodato sulla croce. Questo è vero, ma non risponde al senso della domanda. Si sa bene che quando avviene un omicidio non basta scoprire chi l’ha commesso materialmente, perché può essere ancora più importante scoprire chi l’ha voluto e commissionato.
Rispondere alla domanda “Chi ha ucciso Gesù?” significa allora arrivare a stabilire chi ne porta la responsabilità ultima e quindi anche, se si tratta di crimine, la colpa.
Risaliamo allora la trafila delle responsabilità, cominciando dal basso.
E’ certo che chi ha legato Gesù alla croce e l’ha inchiodato al legno provocandone la morte fisica sono stati dei soldati romani. E’ un’osservazione che può sembrare ovvia e banale, ma ha la sua importanza. Gesù non è stato pugnalato nell’ombra da un sicario giudeo, non è stato linciato da folle ebraiche inferocite; le mani che l’hanno colpito appartenevano a pagani. I soldati romani certamente eseguivano degli ordini, e tuttavia teoricamente avrebbero potuto opporre obiezione di coscienza, se fossero stati convinti che l’azione era ingiusta. Questo avrebbe potuto scagionarli sul piano morale personale, ma certamente non avrebbe impedito l’esecuzione. Sarebbero stati passati per le armi e Gesù sarebbe stato ugualmente inchiodato sulla croce.
Risalendo la scala gerarchica si arriva a Pilato, che in quel momento rappresentava l’autorità imperiale romana. «Non mi parli? Non sai che ho il potere di liberarti e il potere di crocifiggerti?» (Giovanni 19:10), dice Pilato a Gesù, sorpreso dal suo silenzio. E aveva ragione: sul piano politico a lui spettava il compito di decidere la sorte di Gesù, e quindi lui ne porta la responsabilità davanti agli uomini. Certamente non poteva sapere che Gesù è il Figlio di Dio e tanto meno poteva capire la sua pretesa di essere, secondo l’accusa dei suoi nemici, il re dei giudei. E quando gli chiede: «Ma dunque, sei tu re?» Gesù risponde: «Tu lo dici; sono re; io sono nato per questo, e per questo sono venuto nel mondo: per testimoniare della verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce» (Giovanni 18:37). «Che cos’è verità?» replica lo scettico governatore romano. Pilato, nella sua ignoranza di gentile, ovviamente non poteva capire il senso profondo delle parole di Gesù, ma certamente poteva capire, e di fatto l’aveva capito, che le accuse contro Gesù non erano vere. «Io non trovo colpa in lui» (Giovanni 18:38), ammette infatti pubblicamente. Per motivi di giustizia dunque avrebbe dovuto liberarlo, cosa che invece non ha fatto, e in questo modo «ha soffocato la verità con l’ingiustizia» (Romani 1:18).
E’ chiaro allora che sul piano strettamente politico umano, la responsabilità ultima dell’uccisione di Gesù ricade sul rappresentante dell’Impero romano a Gerusalemme. Chi non vuol far intervenire Dio in questi fatti, non può che arrivare a questa conclusione.
Chi invece fa intervenire Dio deve prendere in considerazione quello che dice la Scrittura, senza lasciarsi fuorviare da preferenze personali. L’apostolo Pietro nella sua prima predicazione a Gerusalemme dopo l’ascensione al cielo di Gesù pronuncia parole pesanti:
“Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso” (Atti 2:36).
E’ chiaro allora, dirà qualcuno: a uccidere Gesù sono stati gli ebrei, che ne portano la colpa e ne devono subire le conseguenze.
Due cose però si devono osservare: l’ebreo Pietro non dice: “I romani hanno crocifisso Gesù”, e neppure: “Noi ebrei abbiamo ucciso Gesù”. Dice: “Voi l’avete crocifisso”. Chi sono questi voi? Nel primo discorso Pietro si rivolge agli “uomini di Giudea” (Atti 2:14) e agli “uomini d’Israele” (Atti 2:22), e nel suo secondo discorso si rivolge ai “capi del popolo e anziani” dicendo:
“... sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele che questo è stato fatto nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, che voi avete crocifisso, e che Dio ha risuscitato dai morti...” (Atti 4:8)
Quando Pietro si rivolge a tutta la casa d’Israele o a tutto il popolo d’Israele, lo fa per annunciare che quel Gesù che è stato crocifisso è il Signore e il Messia d’Israele (Atti 2:36), e che soltanto nel suo nome è possibile essere salvati (Atti 4:12). A tutto il popolo viene annunciato il perdono dei peccati e la salvezza proprio attraverso quel Gesù che i capi del popolo, con il consenso di molti, avevano consegnato nelle mani dei gentili:
“Uomini d’Israele, ascoltate queste parole! Gesù il Nazareno, uomo che Dio ha accreditato fra di voi mediante opere potenti, prodigi e segni che Dio fece per mezzo di lui, tra di voi, come voi stessi ben sapete, quest’uomo, quando vi fu dato nelle mani per il determinato consiglio e la prescienza di Dio, voi, per mano di iniqui, inchiodandolo sulla croce, lo uccideste; ma Dio lo risuscitò, avendolo sciolto dagli angosciosi legami della morte, perché non era possibile che egli fosse da essa trattenuto” (Atti 2:22-24).
Pietro si comporta dunque come un profeta che dall’interno di Israele annuncia il peccato che i capi e una parte del popolo hanno commesso rifiutando il Messia mandato da Dio. Ma, esattamente come hanno sempre fatto tutti i profeti, annuncia anche che nonostante e anzi attraverso la disubbidienza di gran parte del popolo, Dio continuerà a compiere la sua opera a favore d’Israele.
Pietro dice ai suoi fratelli israeliti: “... voi, per mano d’iniqui, inchiodandolo sulla croce, lo uccideste”. I romani indirettamente vengono coinvolti e indicati come iniqui, ma è indubbio che Pietro attribuisce ai suoi capi una maggiore responsabilità. E questo è vero, se si esce dal semplice piano politico umano e si fa intervenire Dio, con la sua volontà, le sue rivelazioni e le sue promesse. Pietro presenta Gesù come Messia: è chiaro allora che soltanto gli ebrei potevano rifiutare il Messia, non certo i romani, che non sapevano nemmeno che cosa fosse il Messia. Dal momento che soltanto Israele è a conoscenza dei piani di Dio, è naturale dire che se Gesù è il Messia, come Pietro pubblicamente annuncia, soltanto gli ebrei possono essere ritenuti responsabili di aver consegnato nelle mani dei gentili quel Messia che aspettavano come liberatore dalla schiavitù dei gentili. Pilato ha colpa nell’esecuzione di Gesù, anzi l’unica colpa se ci si arresta al piano politico, ma se si accetta il fatto che Gesù è il Messia, è chiaro che sul popolo di Dio di quel tempo grava una maggiore responsabilità. Questo è attestato dalle parole esplicite di Gesù, che davanti a Pilato afferma: “... chi mi ha dato nelle tue mani ha maggior colpa” (Giovanni 19:11).
Ma esaminiamo il contesto in cui viene pronunciata questa frase. Quando Gesù si trova davanti a Pilato è già stato condannato a morte dal Sinedrio. Al governatore romano arriva tra le mani una “grana” che avrebbe volentieri evitato. Ha capito benissimo che i capi dei sacerdoti glielo hanno consegnato per invidia (Marco 15:10), e in cuor suo spera di poter avere dall’ebreo che gli sta di fronte qualche valido argomento che gli consenta di respingere come manifestamente infondate le accuse avanzate. Ma tra queste ce n’è una per lui molto strana: Gesù è accusato dai suoi connazionali di essersi fatto Figlio di Dio. Pilato allora interroga su questo punto quello strano ebreo. Ma questi non gli risponde. Il governatore romano si sente snobbato, come se non valesse nemmeno la pena di rispondergli. E infatti è così: che cosa può capire un funzionario romano su un argomento come “il Figlio di Dio”. In che modo avrebbe potuto venirgli in aiuto? Poteva forse essere lui a confermare l’autodichiarazione di Gesù? Pilato allora ricorda all’imputato che chi comanda è lui, non quel Sinedrio ebraico che lo ha condannato e che lui certamente disprezza. Se vuol essere aiutato, Gesù deve rinnegare quell’autorità religiosa e appellarsi alla vera autorità mondiale di quel tempo: Roma, che in quel momento lui rappresenta. Gesù allora informa il governatore romano che l’autorità ultima non ce l’ha lui, ma Dio, che ha scelto Israele, con il quale un giorno regnerà sul mondo intero. Il Sinedrio che lo ha consegnato nelle sue mani ha maggiore colpa perché ha maggiore autorità. Gesù rifiuta dunque di lasciarsi difendere dai gentili contro i suoi connazionali ebrei. Dal momento che il Sinedrio lo ha rifiutato come Figlio di Dio, Pilato non può fare assolutamente nulla, perché nel piano di Dio lui è un’autorità inferiore. Pilato quindi è colpevole, davanti agli uomini e davanti a Dio, dell’uccisione di Gesù, ma non ne porta la responsabilità ultima, perché in ogni caso non avrebbe potuto fare niente per evitarla, per il semplice fatto che è un peccatore, rappresentante storico di tutti i gentili che soffocano la verità con l’ingiustizia (Romani 1:18).
Per trovare la responsabilità ultima dell’uccisione di Gesù bisogna allora salire ancora più in alto nella scala delle autorità. Superato Pilato, rappresentante del potere di Roma, si arriva al Sinedrio ebraico, la più alta autorità del popolo d’Israele. E’ lui che ha ucciso Gesù? La risposta sarebbe affermativa, se si potesse dimostrare che una sua decisione diversa avrebbe potuto evitare quella morte. Ma non è così. Il popolo d’Israele, rappresentato dai suoi capi di quel momento, ha certamente respinto il suo Messia e lo ha consegnato nelle mani dei gentili, e così facendo si è comportato come tante altre volte nel passato: ha disubbidito, ribellandosi al suo Dio. Ma era inevitabile che, in conseguenza di questo fatto, Gesù dovesse morire? Davanti ad una ribellione così grave del suo popolo, Dio avrebbe potuto prendere la palla al balzo e fare quello che tanti dicono che poi abbia fatto: rigettare definitivamente Israele, additarlo al disprezzo universale e passare ad altri le benedizioni promesse. Gesù avrebbe potuto manifestare pubblicamente la sua autorità, chiedere al Padre una legione di angeli, distruggere i suoi nemici ebrei e mettersi a capo di un’altra entità politica fatta di gentili ragionevoli e disponibili che lo avessero accolto. Ma tutto questo Gesù non l’ha fatto, perché sapeva che la sua morte avrebbe dovuto servire ad espiare i peccati della nazione e portare salvezza a Israele e a tutto il mondo.
Chi dunque ha voluto la morte di Gesù? Chi ne porta la responsabilità ultima davanti a Dio? Non sono i soldati perché sopra di loro c’era Pilato; non è Pilato perché sopra di lui c’era il Sinedrio; non è il Sinedrio perché sopra di lui c’era Dio stesso, nella persona del Figlio che volenterosamente si sottomette al Padre.
“Per questo mi ama il Padre; perché io depongo la mia vita per riprenderla poi. Nessuno me la toglie, ma io la depongo da me. Ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla. Quest’ordine ho ricevuto dal Padre mio».” (Giovanni 10:17-18).
La generazione degli israeliti di quel tempo porta indubbiamente la responsabilità di avere respinto il Messia, ma l’uccisione di Gesù non ne è una necessaria conseguenza, perché non era nelle possibilità di nessun uomo di togliere la vita al Principe della vita. Dio avrebbe potuto fulminare all’istante tutti quelli che minacciavano il suo prediletto Figlio. Se non l’ha fatto, se ha preso un’altra decisione, la responsabilità ultima è sua. E Dio se la prende, perché proprio questa era la sua volontà d’amore, decisa prima ancora della fondazione del mondo: offrire al popolo d’Israele anzitutto, e poi a tutte le genti, la possibilità di essere perdonati dei propri peccati e riconciliati con Lui. A nessuno, assolutamente a nessuno, Dio rimprovererà mai di avergli ucciso il Figlio. La morte di Gesù è stata fermamente voluta dal Padre, il quale ama il Figlio, riconoscendo in Lui la disponibilità a ubbidire alla sua volontà. Il Figlio ama il Padre, e manifesta il suo amore nella disponibilità a deporre liberamente la sua vita senza esservi costretto da nessun uomo. L’amore tra Padre e Figlio, espresso dolorosamente sulla croce, si espande in seguito, e si compie pienamente, in un amore redentivo per tutti gli uomini. Nell’intimo colloquio che precede la sua morte in croce, Gesù si rivolge al Padre con queste parole:
“Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato; e io ho fatto loro conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere, affinché l’amore del quale tu mi hai amato sia in loro, e io in loro».” (Giovanni 17:25-26).
(da "La superbia dei Gentili")
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